L’ex dirigente della Cgil, Nerozzi, che media tra Camusso e il ministro Fornero
Continuano in queste ore le consultazioni tra governo e parti sociali per la riforma del mercato del lavoro, dopo il via ufficiale di due giorni fa scoccato con l’“incontro informale” tra il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, e il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso. Tra le proposte sul tavolo della trattativa, un po’ a sorpresa, prende quota il progetto avanzato proprio da un ex dirigente della Cgil, Paolo Nerozzi, oggi senatore del Pd

Continuano in queste ore le consultazioni tra governo e parti sociali per la riforma del mercato del lavoro, dopo il via ufficiale di due giorni fa scoccato con l’“incontro informale” tra il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, e il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso. Tra le proposte sul tavolo della trattativa, un po’ a sorpresa, prende quota il progetto avanzato proprio da un ex dirigente della Cgil, Paolo Nerozzi, oggi senatore del Pd. La sua idea di “contratto unico d’ingresso”, infatti, secondo gli osservatori, potrebbe costituire una mediazione tra l’immobilismo di quanti rifiutano ogni cambiamento (per quanto sollecitato pure da Unione europea e Banca centrale europea) e ipotesi più drastiche di riforma come quella del giuslavorista e senatore del Pd, Pietro Ichino (contratto unico a tempo indeterminato per i neoassunti, con la possibilità poi di licenziare per motivi economici dietro pagamento di un indennizzo).
Il disegno di legge dell’ex dirigente Cgil Nerozzi, tra i primi in materia a essere depositati in Parlamento sin dall’inizio del 2010, si fonda su una dichiarata professione di realismo: già oggi sempre più giovani, anche tra quelli che fanno ingresso nel mercato del lavoro, restano completamente esclusi dalle principali tutele legislative (compresa quella sul licenziamento garantita dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori). E se è vero che da qualche tempo Nerozzi evita ogni intervento pubblico in materia – “siamo entrati nel pieno della discussione e ora tocca alle parti sociali”, dice a chi lo conosce – allo stesso tempo i dati comunicati ieri dall’Istat confermano la sua analisi di fondo: a novembre infatti il tasso di disoccupazione in Italia è arrivato all’8,6 per cento, in aumento di 0,1 punti su ottobre e di 0,4 punti rispetto allo stesso mese del 2010, e ancora meno della media Ue, ma il tasso di disoccupazione giovanile è il più alto dal 2004 (30,1 per cento nella fascia d’età 15-24 anni). E soprattutto, secondo alcune stime, tra l’80 e il 90 per cento dei contratti di lavoro firmati nel 2011 sarebbero a tempo determinato. Ergo: per chi entra nel mercato del lavoro oggi, l’articolo 18 è comunque un miraggio o quasi. Quindi – è la ratio non esplicita ma sostanziale della proposta Nerozzi e della (quasi) gemella proposta avanzata da Cesare Damiano del Pd – un “contratto unico a tutele progressive”, con possibilità di licenziare per motivi economici ma solo nei primi tre anni dall’assunzione, sarebbe già un miglioramento rispetto allo status quo.
Il pragmatismo è quanto mai necessario in questa fase. Ma anche i simboli aiutano. Non è escluso infatti che il sostegno ricevuto dalla proposta Nerozzi in Parlamento, e non solo, sia stato indirettamente rafforzato dal percorso biografico dell’autore della legge. L’attuale senatore del Pd già nel 1986 entrò nel direttivo nazionale della Cgil, poi nel 1994 fu eletto segretario generale della Funzione pubblica su proposta dell’allora segretario generale Bruno Trentin, fino a entrare nel 2000 nel Comitato direttivo nazionale della segreteria confederale della Cgil. Non solo: l’uscita dalla “Cosa Rossa”, la rottura con la Sinistra democratica di Fabio Mussi e l’ingresso nel Pd, avvennero dopo la decisione di Rifondazione comunista di procedere contro il protocollo sul welfare che pure era stato sancito da un referendum dei lavoratori. Ma ovviamente la storia personale di un singolo non è tutto.
Quel che conta è che la proposta di Nerozzi è la trasposizione in forma di legge di una riforma ideata da due dei massimi esperti di economia del lavoro, Tito Boeri e Pietro Garibaldi. Il primo è oggi editorialista di Repubblica, il secondo è stato a lungo collega del ministro Fornero all’Istituto Carlo Alberto di Torino, e non è un mistero che proprio la responsabile del dicastero del Lavoro, nella sua precedente vita accademica, abbia apprezzato il loro modello contrattuale (anche più di quello avanzato da Ichino). Al ministero, che oggi è “in fase di ascolto” con le parti sociali, non c’è ancora una bozza dettagliata di riforma. Ma è indubbio che una delle strategie percorse dal governo Monti possa essere quella, da sempre sostenuta anche da Nerozzi, di lavorare prima di tutto a una riforma degli ammortizzatori sociali. Né sono senza significato i riferimenti della Fornero all’introduzione di un “salario minimo garantito”, proposta oggi difficilmente realizzabile ma anch’essa contenuta nella proposta di legge Nerozzi. Poi, certo, arriverà il momento di toccare il tabù dell’articolo 18, ovvero la flessibilità in uscita (leggi: libertà di licenziare). A quel punto prevarrà la tesi di Nerozzi e Damiano (non si tocca l’articolo 18 dopo il terzo anno di contratto), o quella di Ichino (più radicale)? Forse, a quel punto, verrà fuori una “cosa nuova”.